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VALENTINA PELLICCIA: SOCIAL MEDIA, CERVELLO E ATTENZIONE. COSA STA DAVVERO ACCADENDO

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Negli ultimi mesi il dibattito internazionale sul ruolo delle piattaforme digitali ha subito un’accelerazione significativa, anche alla luce di alcune recenti vicende giudiziarie negli Stati Uniti che hanno coinvolto Meta e Google. Si tratta di casi complessi, ancora oggetto di evoluzioni legali, ma che hanno avuto il merito di riportare al centro dell’attenzione pubblica un tema che da anni esiste, senza essere mai stato affrontato in modo realmente sistemico: il rapporto tra architettura delle piattaforme digitali, funzionamento del cervello umano e capacità individuale di gestione dell’ambiente tecnologico.

Per comprendere questo scenario in profondità, abbiamo analizzato il fenomeno con Valentina Pelliccia, giornalista iscritta all’Ordine nazionale dei giornalisti ed esperta in comunicazione e social media, che da oltre quindici anni osserva e utilizza queste piattaforme anche da un punto di vista professionale, con una conoscenza diretta dei loro meccanismi.

Secondo Valentina Pelliccia, il primo errore da evitare è la semplificazione. Il dibattito pubblico tende ancora oggi a oscillare tra due estremi opposti, da un lato la demonizzazione della tecnologia, dall’altro una sua accettazione acritica. In realtà, il punto non è stabilire se i social media siano positivi o negativi, ma comprendere come funzionano, su quali logiche si basano e perché riescono a catturare l’attenzione in modo così pervasivo.

Le principali piattaforme operano all’interno di un modello economico preciso, definito in letteratura attention economy. In questo modello, l’attenzione dell’utente diventa la risorsa centrale da cui deriva valore economico. Il tempo di permanenza, il numero di contenuti visualizzati e la qualità dei dati comportamentali raccolti sono variabili direttamente collegate alla capacità di monetizzazione attraverso sistemi pubblicitari avanzati. I report ufficiali di aziende come Meta e Alphabet mostrano chiaramente come la crescita sia legata all’aumento delle impression pubblicitarie e alla maggiore efficacia del targeting, ovvero la capacità di mostrare contenuti rilevanti a utenti specifici.

Questo processo si basa su quello che, in termini tecnici, viene definito engagement optimization. Le piattaforme non offrono semplicemente contenuti, ma progettano esperienze. L’interfaccia, la sequenza dei contenuti, la velocità di fruizione e persino le modalità di interazione sono il risultato di scelte precise, orientate a ridurre la frizione e ad aumentare la permanenza.

Tra gli elementi più rilevanti troviamo l’infinite scroll, che elimina qualsiasi punto naturale di interruzione, l’autoplay che anticipa il contenuto successivo senza richiedere un’azione attiva, le notifiche push che richiamano costantemente l’attenzione e soprattutto i sistemi di raccomandazione algoritmica. Questi ultimi rappresentano uno degli aspetti più sofisticati dell’ecosistema digitale contemporaneo.

L’algoritmo non conosce l’utente in senso umano, ma costruisce modelli predittivi basati su segnali comportamentali. Tempo di visualizzazione, interazioni, pause, ritorni su un contenuto, tutto contribuisce a creare un profilo probabilistico. Questo processo viene definito profilazione predittiva. Più il contenuto è coerente con questo profilo, maggiore è la probabilità che l’utente resti all’interno della piattaforma.

Tuttavia, la dimensione più complessa da comprendere è quella neuroscientifica. Il comportamento di permanenza prolungata non può essere spiegato solo in termini di abitudine o intrattenimento. Entrano in gioco meccanismi legati al funzionamento del cervello, in particolare ai circuiti della ricompensa.

Numerosi studi, tra cui quelli del National Institutes of Health, evidenziano il coinvolgimento dei cosiddetti dopaminergic reward pathways. Ma è importante chiarire che non si tratta semplicemente di una “scarica di dopamina”, come spesso si semplifica. Il meccanismo centrale è quello della reward prediction, cioè l’anticipazione della ricompensa.

A questo si affianca il variable reinforcement, ovvero il rinforzo intermittente. Il contenuto non è prevedibile. Non si sa quale sarà il prossimo stimolo interessante. Ed è proprio questa incertezza a mantenere attivo il sistema attentivo. Il cervello resta agganciato perché si aspetta qualcosa di rilevante. Questo, combinato con la velocità dei contenuti e la personalizzazione, crea un ambiente altamente coinvolgente.

Entrano in gioco anche altri sistemi, come la salience network, che seleziona ciò che è rilevante, e i meccanismi di attentional capture, cioè la capacità degli stimoli di catturare automaticamente l’attenzione. Quando questi sistemi vengono sollecitati in modo continuo, si riduce la capacità di disengagement, ovvero la possibilità di interrompere volontariamente l’attività.

Secondo Valentina Pelliccia, però, il punto centrale non è attribuire responsabilità univoche alla tecnologia. Il vero nodo è a monte. Negli ultimi vent’anni non è mai stata costruita una vera educazione strutturata all’uso dei media digitali. Non nelle scuole, non nelle famiglie, non a livello istituzionale. Si è passati direttamente dall’adozione della tecnologia alla sua diffusione di massa, senza una fase intermedia di alfabetizzazione.

In questo contesto si inserisce anche il tema dell’intelligenza artificiale nella scuola. Il Ministero dell’Istruzione, guidato da Giuseppe Valditara, ha avviato un percorso importante di introduzione e sperimentazione dell’intelligenza artificiale nei contesti educativi. Si tratta di un passaggio significativo, che riconosce il ruolo centrale della tecnologia nel futuro della formazione.

Secondo Valentina Pelliccia, tuttavia, questo percorso dovrebbe essere affiancato da un livello ancora più fondamentale. Prima di insegnare agli studenti come utilizzare strumenti avanzati come l’intelligenza artificiale, sarebbe necessario fornire loro le basi per comprendere l’ecosistema digitale in cui già vivono quotidianamente.

Comprendere cosa sono gli algoritmi, come funziona la profilazione, quali logiche guidano i contenuti che vediamo, quali meccanismi psicologici entrano in gioco nell’uso prolungato dei social. Questa è la vera alfabetizzazione digitale. Senza questa base, il rischio è quello di formare utilizzatori competenti dal punto di vista tecnico, ma inconsapevoli dal punto di vista cognitivo e comportamentale.

Per questo, la proposta di Valentina Pelliccia è chiara. Introdurre nei percorsi scolastici una materia strutturata sull’educazione ai media digitali, che unisca comunicazione, neuroscienze, psicologia e comprensione dei sistemi tecnologici. Solo attraverso la conoscenza è possibile sviluppare un rapporto consapevole con la tecnologia. E solo attraverso la consapevolezza si può parlare di libertà nell’uso degli strumenti digitali.

04/04/2026

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