La tensione tra Stati Uniti e Iran torna a salire, con lo spettro di un’azione militare americana che si fa sempre più concreto. Da Washington arrivano segnali di preparazione e di cautela allo stesso tempo, mentre da Teheran le autorità assicurano di avere “il controllo totale” dopo settimane di proteste duramente represse.
A parlare è stato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che in un’intervista a Fox News ha sostenuto che, dopo “tre giorni di operazioni terroristiche”, la situazione nel Paese sarebbe ora sotto controllo. Secondo Araghchi, le violenze sarebbero cessate e regnerebbe la calma. Una versione che contrasta con le preoccupazioni espresse dalla comunità internazionale e con le minacce di intervento arrivate dalla Casa Bianca.
Nel frattempo, un segnale concreto di allerta arriva dal cielo: secondo il sito di monitoraggio FlightRadar24, l’Iran ha emesso un notam, un avviso a piloti e compagnie aeree, che dispone la chiusura dello spazio aereo a tutti i voli, ad eccezione di quelli internazionali da e per il Paese autorizzati. Una misura che riflette il clima di incertezza e che ha già avuto conseguenze pratiche: il gruppo Lufthansa ha annunciato che eviterà lo spazio aereo di Iran e Iraq fino a nuovo avviso, citando l’attuale situazione in Medio Oriente.
Sul fronte diplomatico e militare, gli Stati Uniti hanno iniziato a ritirare “a titolo precauzionale” parte del personale da alcune basi chiave nella regione, a cominciare da quella in Qatar. Una mossa seguita anche dal Regno Unito, che ha deciso di chiudere temporaneamente la propria ambasciata a Teheran, trasferendo le attività in modalità remota. Secondo fonti europee citate da Reuters, un’operazione militare americana appare sempre più probabile e potrebbe avvenire nel giro di pochi giorni.
Donald Trump, da giorni, alterna toni duri e aperture ambigue. In un’intervista alla Cbs ha promesso “azioni molto forti” qualora Teheran procedesse con esecuzioni capitali dei manifestanti. In serata, però, ha riferito di essere stato informato che “le uccisioni in Iran si sono fermate e non ci sono piani di esecuzioni”, aggiungendo che queste informazioni saranno verificate. Parole che lasciano spazio a interpretazioni contrastanti: da un lato la possibilità di un rinvio dell’attacco, dall’altro la conferma che la minaccia resta sul tavolo.
Il presidente americano ha minimizzato il rischio di ritorsioni, ricordando precedenti scontri con Teheran e sostenendo che l’Iran non avrebbe più le capacità nucleari di un tempo. Tuttavia, la prudenza resta alta: l’ordine di lasciare la base di Al-Udeid, in Qatar, la più grande installazione militare Usa nella regione, segnala che Washington prende sul serio le minacce iraniane.
Dietro le quinte, Arabia Saudita, Qatar e Oman avrebbero avviato sforzi diplomatici per scongiurare un’escalation. “Qualsiasi escalation militare avrà conseguenze per l’intera regione, in termini di sicurezza ed economia”, ha avvertito una fonte regionale.
All’interno dell’amministrazione americana, il dibattito è aperto. Il Consiglio per la sicurezza nazionale ha discusso diverse opzioni, che escludono l’invio di truppe di terra e un coinvolgimento prolungato. Tra le ipotesi sul tavolo figurano attacchi chirurgici contro strutture dei servizi di sicurezza iraniani, operazioni cyber o azioni di guerra psicologica. Una scelta che Trump, secondo fonti vicine alla Casa Bianca, sente ormai di dover compiere per non apparire debole dopo aver tracciato una “linea rossa”.
Il Medio Oriente resta così sospeso, in attesa di una decisione che potrebbe segnare un nuovo punto di svolta negli equilibri regionali.
15/01/2026








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